Promuovere la motivazione nel lavoro

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Studi in ambito economico riscontrano una relazione tra valore dell’impresa e la sua credibilità sul mercato azionario, entrambi determinati da beni immateriali che essa stessa produce, come per esempio il valore aggiunto del prodotto, la soddisfazione lavorativa, la motivazione dei dipendenti e un profilo etico virtuoso (2). Cosa può essere quindi attrattivo nell’aderire al proprio lavoro? Nel dedicargli la maggior parte delle proprie energie quotidiane cognitive ed emotive, allo scopo di realizzarlo bene?

Le ricerche forniscono dati utili nell’affermare che non solo il salario o i benefit, incoraggiano gli impiegati e i collaboratori ad un maggior coinvolgimento verso gli obiettivi aziendali (1). Negli ultimi anni molte aziende hanno inaugurato e implementato politiche e pratiche di welfare aziendale, certamente di grande aiuto nel determinare atteggiamenti positivi di cittadinanza organizzativa da parte dei lavoratori. Ma non è tutto.

L’elemento umano si presenta sempre come il fattore più importante dell’azione motivazionale da parte dei leader e dei manager e gli studi, come anche la quotidianità nelle organizzazioni, suggeriscono che motivazione, soddisfazione e felicità dei lavoratori sono ingredienti fondamentali non solo per la vita organizzativa dei dipendenti ma soprattutto per il posizionamento, il valore e il successo dell’impresa.

Ma quali sono i valori che un’azienda deve maturare, oltre alla competitività del suo prodotto sul mercato, per potersi dire coesa e indirizzata verso un obiettivo motivazionale e, in definitiva, presentarsi credibilmente al pubblico? Oltre al prodotto si devono considerare le qualità che coinvolgono i rapporti tra le persone che dentro l’azienda lavorano. Vediamone alcune:

  • Attenzione
  • Fiducia
  • Felicità

Ognuna di queste capacità si definisce all’interno di dimensioni psicologiche, sociali, professionali, nondimeno risultano strettamente connesse tra loro. Senza banalizzare il dovuto corrispettivo economico che ogni lavoro dovrebbe garantire in relazione alle competenze, al ruolo e all’esperienza, si devono tuttavia sottolineare i fattori psicologico-sociali che il lavoro deve poter promuovere.
Vediamo brevemente ognuno di questi fattori.

L’attenzione

Siamo in un’epoca in cui l’attenzione sembra diventata il primo vero bene economico da conquistare. Infatti un numero sempre crescente di attori commerciali si contendono l’attenzione di possibili investitori, soprattutto sul web. Paradossalmente questa facoltà neuropsicologica è invece il bene sul quale la maggior parte delle persone è ormai incapace di investire. Per quali motivi? In buona parte per motivi di ordine macrosociale:

  • crisi economica
  • crisi delle istituzioni
  • crisi del welfare
  • crisi della famiglia

In più, questi fattori hanno una ricaduta negativa sulla salute delle persone e sulla loro capacità di esserci nella società, nelle relazioni e nel lavoro, a tutti i livelli di responsabilità: dal dirigente all’impiegato.

La fiducia

Come si può coltivare la fiducia del lavoratore nell’organizzazione in cui lavora? Alcune storie d’impresa positive: la creatività di Patagonia (3); la democrazia industriale della Semco (4); il welfare di IBM e di tante altre aziende che ne hanno seguito il modello, anche in Italia. Questi pochi esempi, tra i tanti virtuosi, hanno saputo promuovere istanze partecipative che vanno ben oltre il salario e la remunerazione economica, incentivando la partecipazione collettiva giorno per giorno, sulla base di una ragionata e lungimirante progettualità d’impresa. Il risultato, non solo in termini di utili, ma anche in termini motivazionali è sotto gli occhi di tutti: attaccamento al proprio lavoro; grado di stabilità percepito e certezza nel futuro; cittadinanza organizzativa; elevati gradi di identificazione nella mansione e nell’azienda; soddisfazione lavorativa e benessere trasmesso dall’organizzazione.

La felicità

La felicità, al giorno d’oggi, sembra ormai una chimera. Più i tempi incalzano più la maggior parte degli occidentali sente che il futuro non gli appartiene, che la democrazia e la partecipazione sono illusioni e che il potere e il denaro sono appannaggio di pochi capitalisti, politici o spregiudicati professionisti. Questi stessi non se la passano nemmeno troppo bene, alla luce della continua contrazione dei mercati, della spietata concorrenza dei giganti produttivi asiatici e del crollo dei consumi.
In Italia tra il 1980 e il 2006 il reddito medio pro-capite è cresciuto del 53%, mentre la percezione di felicità è cresciuta leggermente fino al 1990 per poi ricominciare a decrescere (ibid.). I fattori che hanno determinato questa inversione di tendenza sono vari e non tutti chiari: alcuni tra questi risiedono nell’instabilità politica e sociale che ha contraddistinto quegli anni e che sembra non voler recedere; nella sfiducia che ha caratterizzato e ancora permea il rapporto tra cittadini e istituzioni; nel brusco risveglio che ha accompagnato la fine degli anni ’90, in cui un relativo benessere socioeconomico è stato costruito sul debito pubblico, declassando l’Italia nella fascia dei paesi europei denominati – in senso dispregiativo – PIGS. Se volgiamo lo sguardo all’attualità, vediamo che le politiche del lavoro, l’aumento della povertà e le crisi internazionali hanno completato l’opera, collocando il nostro paese tra quelli in cui la percezione di felicità è tra le più basse in assoluto.

Invertire la tendenza

Attualmente i maggiori investimenti delle imprese si rivolgono alla creazione di valore nell’ambito dell’innovazione, della progettualità, del marketing e delle risorse umane. Le tre istanze individuate in precedenza: attenzione, fiducia e felicità, rappresentano soltanto alcuni degli aspetti fondamentali per tenere alta la motivazione alla crescita, allo sviluppo e all’integrazione di idee, impulsi, aspirazioni, concretezza e coesione. Le imprese, quelle forti ma anche quelle nascenti, devono potersi rivolgere al futuro contemplando il maggior numero possibile di dimensioni costruttive, inaugurando un vero umanesimo imprenditoriale, nel quale l’etica del prodotto e delle relazioni, la partecipazione, i diritti e il sostegno siano certamente tra i valori più fondamentali e motivanti, motore di sviluppo e crescita economica e sociale dell’azienda e dei gruppi di persone che la determinano. Sappiamo che questo percorso virtuoso in tante aziende è già cominciato e proponiamo l’azione di LaTI® come un efficace propulsore verso questa direzione di sviluppo della vita delle imprese.

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Bibliografia

  1. Bruni L., Zamagni S. (2015). L’economia civile, un’altra idea di mercato. Il Mulino, Bologna.
  2. Edmans A. (2012). The link Between Job Satisfaction and Firm Value, With Implications for Corporate Social Responsibility. Academy of Management Perspectives, Vol. 26, No. 4
  3. Goleman D., Ray M., Kaufman P. (1999). Lo spirito creativo. Rizzoli, Milano
  4. Passerini W.; Rotondi M. (2011). Wellness Organizzativo. Benessere e Capitale umano nella Nice Company. Franco Angeli, Milano