Il tempo è denaro?

”Il tempo è un fiume che mi trascina
ma io sono il fiume;
Il tempo è la sostanza di cui son fatto.
è una tigre che mi sbrana
ma io sono la tigre
è un fuoco che mi divora
ma io sono il fuoco”
J.L. Borges

L’industria 4.0, il nuovo brand che apre e promuove un’ulteriore trasformazione e avanzamento dello sviluppo tecnologico, enfatizza il concetto di tempo come risorsa, come anche quelli di condivisione e di globalizzazione. La sua identità è strettamente legata al digitale e al suo costante e vorticoso progresso. In questa direzione si propongono, da più parti, le declinazioni positive che potrebbero derivare da una buona gestione di queste disponibilità, non proprio illimitate. È evidente che un progresso di tale portata solleva speranze e possibilità ma anche interrogativi e necessità di sostanziali upgrade tecnologici ed esperienziali.

Il tempo è la promessa, la velocità il suo strumento e tale abbondanza dovrebbe essere destinata ad un aumento della produzione e della vendita di prodotti, sostenuti dall’ottimizzazione dei percorsi globali di produzione, stoccaggio, utilizzo, smaltimento e riciclaggio dei prodotti stessi o di parti di questi, e dalla ulteriore possibilità che da questi processi ne derivi una maggiore capacità di competere più efficacemente sul mercato globale. Per il consumatore il tempo promesso è invece quello libero, come recita una nota canzonetta di recente successo: “Una vita in vacanza”. Questa è la promessa, a patto che si rimanga sempre connessi alla rete.

Qual è il problema a questo punto della riflessione: che tutto questo non è vero! Potrebbe sembrare un’affermazione eccessivamente apocalittica o eccessivamente pessimistica. L’iscrizione ad una piattaforma di intrattenimento TV è soltanto un riflesso e, se vogliamo, un illusione di questa appartenenza ad un mondo che oggi chiamiamo Smart e che ci fa sentire connessi. Proviamo ad analizzarne i motivi.

La promessa di più tempo libero in questi termini è in sé una contraddizione perché il vero tempo libero è quello che si può godere dopo il lavoro e senza un lavoro il tempo non è più libero,ma soltanto perso. Chi invece si ritrova ingranato nel meccanismo della Fabbrica 4.0 può stare certo che dovrà mantenersi attento a che tutto vada per il verso giusto, perché un meccanismo tanto delicato ha bisogno di una precisione chirurgica e una carta di credito sempre ben nutrita, pena l’esclusione!
Pertanto l’equazione alla quale ormai ci siamo assuefatti è la seguente:

più automazione, meno lavoro
meno tempo libero, più tempo perso
consunzione della fiducia
delle aspettative di vita e di felicità

In termini psicologici la questione si sposta sul problema del tempo percepito e sembra ricoprire significati più fondamentaliIn quanto categoria psichica, il tempo è strettamente in relazione alla quantità e alla qualità delle relazioni umane affettive, cognitive ed economiche e, non ultime, quelle del lavoro. La terribile equazione impone, invece, al tempo una penosa deformazione relativamente all’aspettativa di benessere o agli ostacoli che vi si frappongono, come anche alla percezione di appartenenza alla comunità in cui si vive.
Possiamo tranquillamente affermare che nonostante tutte le precedenti considerazioni, in ultima analisi, un tempo rubato al lavoro è un tempo rubato alla la vita, e in tal senso potrebbe essere una categoria che riusciamo a declinare soltanto individualmente, riferita al tempo che abbiamo, a quello che ci manca, a quello di cui avremmo bisogno per…, a quello che ci resta da vivere e in tal senso si relativizza. Possiede invece una qualità estetica quando viene condiviso nella partecipazione: ad un incontro con un amico, ad un lavoro in collaborazione, ad una sinfonia suonata da un’orchestra e ascoltata da un pubblico rapito, all’amore. Quindi il tempo, quando è esperito in maniera poco costruttiva, finisce per essere una percezione perlopiù individuale che possiede il potere di disgregare il senso di sé e i legami, al contrario, invece, li edifica.


Il tempo al lavoro: l’illusione di un mondo Smart

La tecnologia ha già spostato l’asse della produzione dal campo umano a quello meccatronico, soprattutto nella grande impresa, per cui il tempo percepito al lavoro, che in passato dipendeva dal rumore e dal movimento, che dominava l’interazione uomo-macchina, si è modificato in relazione:

  • all’igiene degli ambienti e all’ergonomia applicata agli strumenti
  • alla forza lavoro strettamente necessaria a governare i processi digitalizzati
  • alle competenze specialistiche necessarie a tal fine
  • all’informatizzazione dei processi stessi.

Da ciò risulta evidente che la conversione dell’azienda ad azienda Smart sembra oggi essere declinata ad un solo imperativo: la velocità, ben incarnata, per esempio, dal fiorente sviluppo del settore logistico e commerciale (vedi Amazon). Appare chiaro, inoltre, che la velocità di produzione si debba accordare, anzi debba essere funzionale ad un ridotto emiciclo vitale dei prodotti oppure all’effimera durata del desiderio e della seduzione che possono esercitare sui consumatori. Per fare un esempio, in questo momento la produzione di IPhone ha raggiunto la sua decima versione (o forse più) e i nuovi modelli incoraggiano i consumatori ad abbandonare quelli “obsoleti” in virtù del loro maggior potere seduttivo incarnato dalla novità o da pochi dettagli estetici che li differenziano dalle precedenti e potentissime versioni. Allo stesso modo il frullatore di casa risulta connesso a internet e riciclabile per il 50% dei suoi componenti, mentre in qualità di consumatori appare ancor più chiaro che tale rivoluzione non aiuterà a migliorare la qualità della vita, il benessere e lo sviluppo psicoaffettivo dell’individuo.


L’uomo cibernetico 

Probabilmente, buona parte di questo auspicabile traguardo dipenderà da come sapremo utilizzare il tempo che la rivoluzione 4.0 promette di restituire. Il problema allora non sta nell’avere più o meno tempo (anche perché il tempo non è sostanza che può essere addizionata o aumentata), ma nel saper abitare con pienezza, leggerezza, soddisfazione e consapevolezza quello che già si vive. Tuttavia questa capacità è subordinata, in prima istanza, ad una condizione: avere un lavoro e la disponibilità di un salario equo. Intanto un dato emerge in maniera preoccupante: l’aumento dei consumi a cui è destinato tutto questo sforzo tecnologico non si è verificato come da auspicio, se non in alcuni settori come il digitale, la logistica e le telecomunicazioni, al contrario le crisi del mondo occidentale ne hanno contratto decisamente il trend. Come si traduce questo problema nel momento in cui si chiede all’uomo di interagire con la tecnologia al punto di diventare quasi macchina, sia in termini di produzione che in termini di consumo?

Così altre domande sorgono spontanee.

  • Chi può comprare e consumare quantità di produzione così elevate, come quelle emesse dalla fabbrica 4.0.?
  • Come indurre la popolazione a comprare tanta merce se non vi sono le risorse economiche sufficienti o vi sono solo per pochi?
  • Come si risolverà il problema dello smaltimento dei rifiuti?
  • L’aggiornamento tecnologico, necessario alla produzione e al consumo, può essere altrettanto supportato da un eguale aggiornamento da parte di larghe fasce di consumatori?

Per esempio la popolazione anziana che, come ben sappiamo, rappresenta una delle fasce più ampie di consumatori europei e occidentali, saprà usufruire di tali innovazioni? Quando sappiamo che nella maggior parte dei casi potrebbe rappresentare già una seria difficoltà maneggiare con successo uno smartphone per inviare la foto del nipotino. Perchè questo trend si inverta del tutto e la tecnologia diventi di uso universale dovremmo aspettare l’estinzione totale della generazione dei baby boomers e della cosiddetta Generazione X, alla quale appartengo. Le generazioni di Millenials e IGen (Twenge, 2017), oggi adolescenti, sembrano essere la prime vittime totalmente assorbite da questa trasformazione iperdigitalizzata, mentre le generazioni precedenti ne pagano il prezzo in termini di disoccupazione e trasformazione dei mercati del lavoro. Allo stesso modo le generazioni a seguire probabilmente non possiederanno su larga scala le risorse economiche necessarie ad accedervi. Ma è solo un esempio di come tanti strati sociali, per questa rivoluzione, siano soltanto merce e non interpreti. Siamo quindi lontani da ottimistiche previsioni.


Alcune conseguenze

In qualità di psicologo posso rilevare alcuni dati e iniziare a rifletterci sopra, invitando i lettori a fare altrettanto:

  • Per quanto riguarda la produzione: come si possono governare processi temporali che prevedono condivisione globale e istantaneità
  • L’uomo è biologicamente predisposto per sostenere questi ritmi cognitivi e fisici, perlomeno in questa fase del suo percorso evolutivo?

C’è chi sostiene di si e questo è probabile, dal momento che il genere umano ha sempre sviluppato la capacità di adattarsi e di governare le rivoluzioni del pensiero e della tecnica. Tuttavia le conseguenze di tali fenomeni, che possiamo iniziare a registrare in ambito clinico-sociale, sono evidenti e preoccupanti:

  • Disoccupazione, come già detto
  • Aumento della prevalenza di dipendenze patologiche
  • Crescita esponenziale di disturbi della sfera ansioso-depressiva
  • Crescita altrettanto significativa dei disturbi della sfera narcisistica
  • Crescita esponenziale dei profitti delle case farmaceutiche e delle aziende sanitarie
  • Crescita della disuguaglianza
  • Crescita della povertà.

In breve: deriva psicosociale, disgregazione dei legami e totale sfiducia nella possibilità di essere felici. Come possiamo allora conciliare questi conflitti etici con la necessità di dare impulso alla produzione di beni? Siamo poi certi che la sfrenata produzione di beni inutili, per come è attualmente declinata, sia ancora la strada per aspirare al benessere psicosociale?
Non si auspica di certo un ritorno alla Trabant (auto di regime nella DDR post-bellica) ma alcuni considerazioni si rendono indispensabili.

“Cum-sidera-actionis”

  1. La politica deve urgentemente occuparsi del problema del lavoro, in termini di distribuzione delle opportunità, mentre il sistema globale di produzione deve trovare soluzioni che vadano oltre lo sfruttamento ad libitumdelle risorse naturali, in particolare degli idrocarburi. Sappiamo che queste agenzie sociali non lo fanno e quando lo fanno è per soddisfare interessi capitalistici, che non sono quelli delle persone che annaspano in questo tritacarne sociale ed economico. Ma devono farlo, non ci sono alternative, altrimenti oltre alle possibili conseguenze socio-economiche prevedibili, anche la stessa politica verrà travolta dalla sua negligenza.
  2. Le amministrazioni devono puntare sempre più sulla condivisione, Sharing in inglese. una condivisione alla portata di tutti, che vada oltre le biciclette e le auto urbane e che sappia offrire spazi e opportunità di occupazione e scambio del tempo, in una parola: integrazione. Tuttavia condividere e integrarsi presuppone la capacità di maturare fiducia e di creare legami sociali, in sostanza bisogna preparare il terreno per poter sviluppare questa opportunità che non può nascere e crescere autonomamente. Risulta allora necessario rivolgersi a figure professionali in grado di capire i legami, i vincoli e i conflitti che si potrebbero generare. Ritengo che tra tutte gli psicologi siano tra quelle più preparate a lavorare questo terreno.
  3. L’idea di Sharing economy suggerisce diverse istanze e suggestioni e orienta la nostra azione formativa verso la creazione di vincoli professionali, manageriali e umani che producano fiducia, delega, condivisione e responsabilità e un tempo in cui ci si possa sentire soddisfatti e consapevoli: di sé, degli altri, dell’organizzazione in cui si svolge il lavoro e la vita sociale, ma anche dei propri limiti, sia spaziali che temporali.
  4. Allo stesso modo il concetto di condivisione ci dirige verso una riappropriazione del tempo di lavoro in cui partecipazione e attenzione diventino vere, sospinte dall’interesse: per il lavoro, per le persone, per le loro capacità e per la ritrovata voglia di fidarsi, affidarsi e crescere, per sé e con gli altri (vedi post precedente sulla Motivazione).

Il concetto di Sharing economy si allarga potenzialmente in direzione di molteplici dimensioni politiche e socio-economiche di sviluppo sostenibile, ma questi primi vincoli sembrano essere le basi etiche e ideologiche necessarie allo sviluppo della possibilità di ottimizzare i processi di cui l’industria 4.0 ambisce il controllo. Il lavoro è ancora lungo, noi ci siamo.

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